I volti, deliberatamente sottratti al riconoscimento, si fanno opachi e anonimi; al contrario, posture, gesti e prossimità rivelano con evidenza legami affettivi e dinamiche relazionali profonde, lasciando emergere una tensione silenziosa che abita lo spazio condiviso. A partire da questa dimensione affettiva — intima, stratificata, attraversata da ambivalenze — il lavoro di Alessandra sembra però articolarsi, sulla juta e la tela, attorno a una questione più precisa: la “terzietà”, ovvero ciò che l’autrice e psicoanalista Jessica Benjamin (2017) ha definito come elemento cardine all’interno della sua teoria del riconoscimento.