Galleria Anna Marra, attiva dal 2013 a Roma (Via Sant’Angelo in Pescheria 32), offre una programmazione definita con curatori internazionali per valorizzare talenti emergenti e mid-career. Pur attenta all’arte italiana, la galleria punta a presentare ricerche internazionali. Con questo intento ha ampliato negli anni la sua offerta con artisti provenienti da Stati Uniti, Sud America, Africa e Medio Oriente, in un’ottica di costante confronto e arricchimento culturale.
All’estero percepisco spesso una maggiore curiosità intellettuale, un’apertura quasi istintiva verso il nuovo e la sperimentazione. Lì il collezionismo è mediamente più abituato a rischiare, a cercare l’inedito prima ancora che il consolidato.
A Roma, la sfida è proprio questa: scardinare una certa resistenza culturale e allenare lo sguardo del collezionista a confrontarsi con linguaggi che non appartengono alla nostra tradizione. In una città che è, per definizione, un museo a cielo aperto, l’artista contemporaneo vive un confronto costante e quasi schiacciante con l’antico, una stratificazione di bellezza così assoluta che spesso rende faticoso, per chi crea oggi, distinguersi e far sentire la propria voce senza esserne fagocitato.
Fare galleria qui significa dunque non limitarsi a esporre opere, ma costruire un ponte di fiducia affinché il collezionista si senta pronto a investire in prospettive globali e identità in movimento, come quelle espresse dalle diaspore africane e mediorientali. Sono ricerche audaci che altrove verrebbero recepite con naturalezza, ma che qui devono farsi spazio tra i giganti del passato, offrendo una visione del mondo che è finalmente plurale e contemporanea.
“Roma è una città che recepisce con tempi spesso più lenti rispetto alle grandi capitali del contemporaneo, ma quando lo fa, lo fa con una profondità sorprendente. All’inizio, proporre artisti internazionali con tematiche geopolitiche forti era una scommessa: il collezionismo locale tendeva a essere più conservatore. Oggi avverto un cambiamento: c’è una nuova generazione di collezionisti, e una maturazione di quelli storici, che ha capito che l’arte non è solo decorazione o investimento sicuro, ma uno strumento per leggere il presente.”
Foto © Sebastiano Luciano
Dal 2013 a oggi il mondo dell’arte è diventato molto più fluido e connesso, ma anche più consapevole delle proprie lacune storiche. Quando ho aperto, la narrazione era ancora molto eurocentrica. Oggi assistiamo a una necessaria ‘decolonizzazione’ dello sguardo: c’è una fame di storie diverse, di identità plurali e di geografie che prima erano considerate periferiche. La mia galleria è cambiata assecondando questa urgenza: siamo passati da una programmazione più classica a una ricerca serrata sulle molteplici identità in movimento — dalle diaspore africane a quelle mediorientali, fino alle ricerche del Sud America — portando a Roma voci e visioni plurali che dieci anni fa faticavano a trovare spazio nelle gallerie private.
Roma è una città che recepisce con tempi spesso più lenti rispetto alle grandi capitali del contemporaneo, ma quando lo fa, lo fa con una profondità sorprendente. All’inizio, proporre artisti internazionali con tematiche geopolitiche forti era una scommessa: il collezionismo locale tendeva a essere più conservatore. Oggi avverto un cambiamento: c’è una nuova generazione di collezionisti, e una maturazione di quelli storici, che ha capito che l’arte non è solo decorazione o investimento sicuro, ma uno strumento per leggere il presente.
Il mio percorso nell’arte non è nato in modo accademico, ma attraverso un lungo esercizio dello sguardo e della passione. Per oltre vent’anni mi sono occupata di dinamiche di mercato in Antitrust, un’esperienza che mi ha dato una struttura analitica rigorosa, ma che ho sempre nutrito parallelamente con il collezionismo.
La vera svolta è arrivata dalla collaborazione con una figura storica come Mara Coccia. Con lei, tra il 2008 e il 2012, ho vissuto una stagione di fermento straordinario: l’esperienza di Via del Vantaggio è stata la mia “scuola sul campo”. Lì ho imparato a gestire il dialogo con maestri come Staccioli, Mondino o Zorio, e a interfacciarmi con le istituzioni pubbliche — dalla Calcografia Nazionale alla GNAM. È stata una palestra fondamentale per capire che la galleria non è solo un luogo di vendita, ma un centro di produzione culturale.
Quando nel 2013 ho deciso di aprire il mio spazio nel cuore del Ghetto di Roma, l’ho fatto con una consapevolezza nuova. Volevo che Galleria Anna Marra fosse un luogo dove quella solidità storica incontrasse l’urgenza del presente.
Imposto il lavoro sulla programmazione della galleria partendo da un dialogo costante tra lo spazio fisico e l’urgenza dei temi trattati. La galleria si trova nel cuore dell’antico Ghetto ebraico di Roma, ma i suoi interni sono caratterizzati da un’architettura minimale e rigorosamente contemporanea: questo “vuoto” progettuale è per me fondamentale, perché accoglie e amplifica la forza dei linguaggi che decidiamo di esporre.
La scelta degli artisti non avviene mai in modo isolato, ma è il frutto di una stretta collaborazione con curatori di fama internazionale che condividono la mia visione di una galleria come luogo di indagine geopolitica e sociale. Lavorare con professionisti del calibro di Larry Ossei-Mensah (Formerly Senior Curator del Museum of Contemporary Art di Detroit, e Curator-at-Large presso la Brooklyn Academy of Music), Alessandro Romanini (Co-Curator del Padiglione della Costa d’Avorio alla Biennale di Venezia del 2022) e Silvia Cirelli (Artistic Director e Chief Curator di “Creative Emergencies”, e Curator della Bienniale Donna presso il Museo d’arte della città di Ravenna) mi permette di intercettare narrazioni che vanno oltre i confini europei.