L’avvio è segnato da superfici dense, ricche di impasti: campi pittorici che trattengono una memoria tattile. Su queste, l’artista traccia segni fugaci — disegni, annotazioni, parole in italiano, frammenti di canzoni, elenchi, numeri — pensieri colti nell’istante prima di dissolversi. Queste tracce, intime e prive di filtro, costituiscono un linguaggio sommerso al di sotto dell’immagine visibile. Una volta sigillate, vengono ricoperte da un’immagine tratta dal nostro immaginario condiviso, che ne cela solo in parte la presenza. Lo sguardo dello spettatore, indugiando, può percepire questi strati nascosti, come echi sotto la superficie, che invitano a una modalità di osservazione più introspettiva e riflessiva. Le composizioni si fondano su una dissonanza silenziosa: orizzonti idilliaci interrotti dal testo, figure dall’aspetto cartoon sospese in paesaggi emotivamente carichi, motivi che sembrano migrare da un’opera all’altra, come guidati da una logica autonoma. Accostamenti che non cercano una risoluzione, ma continuano a risuonare, restituendo l’immagine di un mondo in cui il significato non è mai stabile, bensì costantemente costruito e disfatto.