15-17
05 2026
13/12/2025
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28/02/2026
Mostre
Emilia Estrada

Permanently Shadowed

A cura di Flavia Prestininzi
Permanently Shadowed è l’installazione al centro della sala, prodotta dall’artista Emilia Estrada e concepita per lo spazio espositivo, che dà anche il titolo all’intera mostra. Composta da due livelli — una griglia verde in nylon sullo sfondo con una cornice in foglia d’oro applicata a mano, e un disegno in larga scala a carboncino su cotone lavato — l’opera intreccia due genealogie visive coeve: le rappresentazioni sotterranee di Gerusalemme realizzate dall’artista scozzese William Simpson (1823– 1899) durante le spedizioni britanniche in Palestina intorno al 1869, sovrapposte a un’illustrazione scenografica della Luna realizzata dall’ingegnere scozzese James Nasmyth e contenuta nel suo libro The Moon: Considered as a Planet, a World, and a Satellite (1874).
Entrambe le immagini emergono nello stesso orizzonte storico — la seconda metà del XIX secolo — quando espansione imperiale, scienza positivista e fiducia nel potere delle immagini convergevano in un’unica promessa di verità: misurare e rappresentare come atti inseparabili del conoscere e del conquistare. Gli scavi archeologici condotti dall’ufficiale britannico Charles Warren a Gerusalemme alla fine degli anni Sessanta dell’Ottocento, insieme alla documentazione visiva realizzata da William Simpson, contribuirono a definire il concetto di un “impero sotterraneo”. Warren svolgeva queste esplorazioni per conto della neonata “Palestine Exploration Fund”, una spedizione pseudo-scientifica imperiale dedicata alla ricerca di prove del Tempio di Salomone e del sepolcro di Gesù.
Il loro lavoro mirava a riportare alla luce l’antico passato giudeo-cristiano della città nascosto sotto l’esausto presente ottomano, contribuendo a gettare le basi ideologiche per la futura conquista britannica della Palestina durante la Prima guerra mondiale. A differenza dell’immaginario imperiale tradizionale, che comunicava controllo, ordine e dominio panoramico, gli schizzi di Simpson mostravano l’azione britannica in quel territorio come smarrita, vulnerabile e confinata in luoghi di cui non aveva conoscenza né comprensione. Nell’Inghilterra vittoriana, sia il sottosuolo sia il firmamento divennero campi di proiezione dello stesso impulso moderno. Il desiderio di dominio accompagnò l’ascesa dell’archeologia, dell’estrazione mineraria e delle infrastrutture industriali, dove “scendere” significava anche conquistare: nel sottosuolo giacevano risorse e tracce di culture sommerse, la cui scoperta divenne strumento di controllo e di potere.
Nella stessa logica visiva, i tunnel di Gerusalemme e i crateri lunari furono concepiti come spazi da illuminare — terreni vuoti in attesa di essere tradotti in un linguaggio imperiale della luce. Muovendosi nello spazio espositivo, si incontrano anche tre mappe realistiche di cavità lunari tratte da un atlante satellitare della Luna — Mare Tranquillitatis Pit (parete sinistra), Marius Hills Pit (parete centrale) e Mare Insularum Pit (parete destra) — che ampliano e complicano la riflessione. Disegnate anch’ esse a carboncino su lino, queste mappe tracciano il vuoto, organizzano l’assenza e trasformano la superficie in territorio, l’immaginazione in strumento di controllo. Ogni opera contiene frammenti di pirite, spesso chiamata “fool’s gold” per la sua somiglianza con l’oro che inganna i minatori durante le attività estrattive, aggiungendo un ulteriore livello alla mostra: la costante, seppur diversamente rappresentata, pulsione a perforare, scavare, disseppellire.
Frammenti del passato riaffiorano nel presente come ombre persistenti; immagini storiche — riprodotte, editate, reinterpretate — pulsano con un ritmo dislocato.