15-17
05 2026
27/01/2026
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14/03/2026
Mostre
Jacopo Casadei

Nessuno saprà mai dei sogni del cane

Testo critico di Maria Vittoria Pinotti
La Galleria Richter Fine Art apre il 2026 presentando la prima personale di Jacopo Casadei (Cesena, 1982). La mostra, intitolata Nessuno saprà mai dei sogni del cane, accompagnata da un testo critico di Maria Vittoria Pinotti, inaugura martedì 27 gennaio alle 18:30, sarà visitabile fino al 13 marzo 2026. In un periodo di ripensamento della pittura contemporanea, spesso caratterizzata da un marcato figurativismo, il progetto propone una riflessione su una forma di pittura nuova, evocativa e basata su peculiari effetti timbrici, in cui la presenza o la suggestione di un’immagine rivendica il principio di una pratica autonoma. Sono questi gli elementi che definiscono la ricerca di Jacopo Casadei, per cui l’opera non deve necessariamente rappresentare qualcosa, non è subordinata a una narrazione e non necessita di un grado di finitezza tecnica, rimanendo così aperta a ogni possibile forma di interpretazione.
Per via dell’inesauribile inventiva dell’artista, le opere in mostra risalenti al 2025 combinano con equilibrio, una sottile vena ironica e un atteggiamento profondamente indagatore delle proprie impressioni e visioni, conferendo agli olii un valore evocativo delle sensazioni personali, sospese tra la nebulosità tipica di un sogno e la concretezza del segno. In questo modo, per Casadei la pittura non si limita a rappresentare il visibile, ma rende percepibile un’esperienza. Così, quando emergono figure riconoscibili, queste scaturiscono da un’espressività non completamente dichiarata. Di rilievo per Casadei sono i titoli, assegnati sempre dopo il completamento del quadro, essi offrono ulteriori chiavi interpretative, permettendo di leggere le figurazioni e di coglierne l’armonia oltre la sola esperienza visiva.
Di particolare evidenza è anche il titolo della mostra, in quanto Casadei afferma come: «Il titolo rimanda in maniera molto semplice e ironica a una condizione analoga al vivere la pittura, in particolare a quel processo, doveroso/inutile, dello spiegare il gesto, l’intenzione, il percorso, la visione. In molti casi tutto questo rappresenta la fatica inevitabile, preesistente all’opera, che vede il pittore autore e, nello stesso tempo, testimone muto del delitto». Questa riflessione evidenzia, con semplicità e sarcasmo, una condizione tipica della pittura contemporanea: la costante necessità di giustificare o spiegare ciò che si realizza, quanto invece in realtà l’opera possiede di per sé un carattere iconico e di suggestione, indipendente da qualsiasi pretenziosa digressione.
Un elemento che accomuna le opere in mostra è il formato, l’artista lavora principalmente su tele di piccole e medie dimensioni. Questa scelta suggerisce una ricerca svolta in uno spazio concentrato, denso e ricco di intimità. L’opera è realizzata attraverso gesti rapidi, proprio tale velocità e immediatezza, non richiedendo la perfezione tecnica, genera una grammatica svincolata, fatta di forme morbide, tratti filiformi, imprecisi aloni che pullulano nel contenuto spazio della tela. Così, quando emerge un’immagine, essa si stacca dallo sfondo come un’apparizione: la struttura è composta dalla ricchezza di toni cromatici, a cui si aggiunge una libertà compositiva e di organizzazione delle forme, in cui il vuoto emerge come elemento costruttivo e basilare.
I soggetti figurativi, sebbene labili ed evanescenti, sembrano vivere una propria vicenda metafisica all’interno della piccola fisicità del quadro. In questo senso, come un procedimento tecnico che instilla il dubbio, ciò che può apparire incompleto allo spettatore è in realtà già concluso, mentre ciò che appare più definito può rappresentare il risultato di una semplicità volutamente estrema.