15-17
05 2026
09/05/2026
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25/07/2026
Mostre

RGW 2026

Benoît Maire

Grunge

Il lavoro di Benoît Maire si sviluppa come un campo di tensione tra forma e pensiero, materia e teoria, oggetto e linguaggio. Attraverso scultura, pittura, fotografia, scrittura e installazione, l’artista costruisce un sistema visivo in cui immagini, materiali e riferimenti filosofici si intrecciano in configurazioni aperte, spesso enigmatiche. La sua pratica, vicina al collage per metodo e struttura, mette in relazione elementi eterogenei — naturali e artificiali, storici e contemporanei, concreti e concettuali — generando opere che sfuggono a una lettura univoca. In Maire, la filosofia non costituisce un semplice sfondo teorico, ma una vera e propria materia dell’opera. I riferimenti a Lyotard, Agamben, Bataille o Lacan attraversano il suo lavoro insieme alla storia dell’arte, alla psicoanalisi, alla matematica e al mito.
Ne emerge una ricerca che interroga costantemente i confini tra natura e cultura, tra visibile e pensabile, mantenendo sempre una forte attenzione alla qualità formale delle opere. Questa ambivalenza si ritrova tanto nelle sue sculture quanto nella pittura. Assemblaggi come L’oreille de l’autre e Châteaux accostano conchiglie, cristalli, metallo, fossili e oggetti tecnici in composizioni polisemiche che superano la logica del ready-made e attribuiscono agli oggetti una presenza quasi antropomorfa. Nei dipinti, invece, ricorrono mani tratte dalla pittura antica, griglie, parole e segni che funzionano come indicatori percettivi e concettuali. Elementi come scritte o numeri o la ripetizione di gesti e forme aprono il lavoro a una logica dell’alternativa, della sospensione e dello slittamento semantico.
In questo contesto si inserisce anche la figura di Pierrot: per Maire, la sua silhouette non è soltanto un’immagine, ma un concetto equivalente a una parola. Attraverso la serigrafia, l’artista ne ripete la forma, trasformandola in un elemento di un più ampio “poema teorico e visivo”. Emerso progressivamente durante la residenza a Villa Medici a Roma (2021-2022), questo motivo richiama un’immagine di solitudine e frammentazione ereditata dalla commedia dell’arte. Anche il display espositivo è parte integrante della sua ricerca. Maire concepisce lo spazio come un dispositivo analitico, in cui le opere entrano in relazione secondo equilibri precisi, includendo talvolta anche i resti del processo creativo, i déchets, elevati a parte attiva della composizione.
In questo modo, il suo lavoro non propone soluzioni, ma costruisce enigmi: dispositivi visivi e concettuali che chiedono allo spettatore di abitare l’incertezza, attraversando il confine instabile tra percezione e interpretazione. Il titolo della mostra si riferisce all’atteggiamento dell’artista nel costruire la mostra, secondo una logica volutamente disallineata e antigerarchica, che Benoît Maire definisce così: «Dall’aggettivo “grungy”: sporco, sudicio, usurato. Grunge indica una modalità di abbigliamento intenzionalmente disinvolta e trasandata, adottata da alcuni segmenti della cultura giovanile negli anni ’90. È anche un genere musicale, una derivazione del rock. Un discendente dell’heavy metal, più ansioso, più saturo, meno oppositivo del punk, più disilluso.
Un rock che non si aspetta nulla. Per estensione, il grunge definisce anche una modalità espositiva: casuale, indifferente, leggermente fuori asse. L’allestimento appare trascurato: un quadro non è perfettamente diritto, l’armonia è rifiutata, i vuoti compaiono senza una ragione apparente. Le opere si raccolgono negli angoli, come abbandonate, come bicchieri vuoti dopo una festa. Il grunge potrebbe diventare una forma di sensibilità culturale “classica”, espressione di una stanchezza tipicamente occidentale nei confronti del ritorno del passato. »