Nella stessa logica visiva, i tunnel di Gerusalemme e i crateri lunari furono concepiti come spazi da illuminare — terreni vuoti in attesa di essere tradotti in un linguaggio imperiale della luce. Muovendosi nello spazio espositivo, si incontrano anche tre mappe realistiche di cavità lunari tratte da un atlante satellitare della Luna — Mare Tranquillitatis Pit (parete sinistra), Marius Hills Pit (parete centrale) e Mare Insularum Pit (parete destra) — che ampliano e complicano la riflessione. Disegnate anch’ esse a carboncino su lino, queste mappe tracciano il vuoto, organizzano l’assenza e trasformano la superficie in territorio, l’immaginazione in strumento di controllo. Ogni opera contiene frammenti di pirite, spesso chiamata “fool’s gold” per la sua somiglianza con l’oro che inganna i minatori durante le attività estrattive, aggiungendo un ulteriore livello alla mostra: la costante, seppur diversamente rappresentata, pulsione a perforare, scavare, disseppellire.
Frammenti del passato riaffiorano nel presente come ombre persistenti; immagini storiche — riprodotte, editate, reinterpretate — pulsano con un ritmo dislocato.